Veronesi citò Platone: “Curate l’Anima, se volete curare anche il corpo”

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In una delle sue ultime interviste prima di lasciare questo mondo nel 2016, Umberto Veronesi aveva lanciato un messaggio sull’importanza di considerare il paziente non come un “numero” ma un mondo unico, con una storia e un vissuto: la sua anima.

Aveva fatto un escursus storico della medicina, citando filosofi e concludendo con un indicazione per il suoi colleghi su come occuparsi del paziente. Ecco il video integrale ed il testo completo delle sue risposte, che faranno riflettere:

“Il rapporto tra il pensiero e il nostro corpo, tra il cervello, tra la mente e il corpo è sempre stato un dilemma da quando è nata la civiltà.

Nel campo medico, quella che è stata una regola fino al 600-700, era che la medicina dovesse essere olistica, che curasse corpo e mente simultaneamente, o seguendo le idee platoniche. Platone diceva giustamente: <<Curate l’anima se volete curare anche il corpo>>.

Però nel seicento si cominciarono a fare le autopsie, la chiesa diede il permesso di fare autopsie e si scoprì che il nostro corpo non è altro che una sommatoria di organi tenuti insieme da un involucro che è la nostra pelle.

E allora la scienza cosa poteva fare? Poteva aprire questo involucro ed analizzare ogni organo ed è nata la medicina d’organo, che è quella di oggi. Che è la medicina super specializzata per cui: cura il fegato e non cura il rene, cura il rene e non cura il polmone, e così via.

E questo certamente ha dato dei progressi straordinari che viviamo tutt’oggi, ma abbiamo dimenticato la persona. Abbiamo dimenticato quello che è l’obiettivo finale delle nostre cure: l’uomo, l’uomo o la donna, che è la persona ammalata.

E io penso che la medicina del futuro sarà la medicina della persona, dobbiamo in qualche maniera ritornare alla cultura olistica perché la malattia, certo, colpisce un organo, ma viene liberata e viene elaborata mentalmente.

Io dico sempre ai miei collaboratori: guardate che è facile togliere un nodulo dal seno, un tumore dal seno, ma è difficile toglierlo da qui (portando il dito alla testa, ndr), dalla mente.

E’ difficile curare il danno che ha prodotto a livello mentale, a livello di pensiero, a livello della filosofia, a livello di futuro, di pensiero programmatico. Non possiamo curare una persona malata senza conoscere, senza sapere chi abbiamo davanti: questo è l’errore della medicina tecnologica di oggi.

E’ una specie di… si sentono i sintomi, si vedono le radiografie, si stabilisce le terapie ma si guarda un po’ come sul manuale del cemento armato degli ingegneri, e non va bene. Se un paziente ti fa un cenno, ti chiede di fermarti, fermati! Fermati, ascoltalo fino alla fine e non dire <<ho fretta devo scappare>>.

Ascoltalo fino alla fine, perché questo è il nostro dovere, è il nostro dovere nei riguardi dei nostri pazienti. Noi siamo qui per loro, non loro per noi, ascoltiamoli completamente, per capire veramente chi abbiamo davanti a noi e come possiamo curarlo meglio”.

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